Mio padre si chiamava Antonio Elia, ma  tutti lo chiamavano Elia e l’anno in cui nacque, sua madre compiva cinquant’anni. Ultimo di sette fratelli, era nato nel 1897.

Piuttosto alto di statura, o almeno a me sembrava tale. Portava i “capelli all’umberta”. 

Ricordo ancora oggi, nonostante siano trascorsi tanti anni, la sua allegria, la gentilezza e la sua proverbiale pazienza. Lavorava come daziere-ricevitore cioè riscuoteva direttamente il denaro delle imposte.

Il suo ufficio era al pian terreno della nostra casa, abitavamo a Cencenighe Agordino. Mia madre faceva le veci di segretaria, cosicché, tra casa e ufficio non aveva molto tempo per sé, però papà, al rientro dalle sue trasferte le portava sempre qualcosa di bello: un capellino, un foulard o un profumo.

Dato che per lavoro doveva spostarsi in tutta la regione, aveva acquistato una Balilla blu. In quegli anni l’automobile non l’aveva nemmeno il medico condotto il dott. Koffler, cosi il papà, quando poteva, lo accompagnava nelle visite più lontane.

D’inverno indossava una mantella a ruota di panno nero. A volte, al ritorno dal lavoro, per mia sorella e per me c’era un piccolo regalo che il papà era solito nascondere in una tasca  sotto la mantella e noi facevamo a gara a chi lo trovasse prima.

Alla sera, la mamma aspettava il suo rientro affacciata alla finestra del bagno da dove si vedeva la valle. Era sempre in pensiero che gli potesse succedere qualcosa: le strade erano tutte una buca e non c’era il guard-rail.

Papà aveva sempre con sé molto danaro e una volta aveva subito anche un tentativo di rapina, che lui aveva sventato, a suo dire, mollando un pugno al malfattore, facendolo quasi cadere al di là del ponte.

Per questo ho sempre pensato al mio papà come ad un eroe!

       

Melodia di Dora, giugno 2013  

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